
Amato Bobby Gol, eroe della mia infanzia,
Una torta di letame, non divisibile a fette.
di Roberto Robba
Sentimento e passione.
La Juve ed il calcio di oggi necessitano di sentimento e passione, rari ormai in
tutti i campi della vita; sentimento e passione che più di ogni altra cosa hanno
capacità di trasmettere valori puliti.
E’ un dato di fatto che tanti appassionati (ancora la passione...), anche nel
forum preferiscano cliccare sulla notizia dell’ultima ora, reperibile ormai su
web in tempo reale, piuttosto che leggere spunti di riflessione che facciano
veramente approfondire un “problema psicologico” sul quale, a dire il vero,
anch’io, per motivi puramente egoistici, ho sempre preferito sorvolare.
Ora non ce la faccio, è giunto il momento di farmela questa domanda, e per avere
una soddisfacente risposta, chiedo il tuo aiuto.
La squadra di oggi, che tanto ci fa penare, è veramente la Juve o è un’altra
cosa?
E come è possibile che quelle poche volte in cui si vince non riesco a gioire
come prima, mentre quando si perde il dolore (mamma mia che parolona...) è molto
più profondo?
Ho la sensazione che tanti si siano posti lo stesso quesito ed i più temerari si
siano dati una prima, sommaria risposta.
Al di là dell’importanza di vincere, è l’entità in cui ti identifichi che ti fa
crescere, che ti fa sentire forte. E che di conseguenza, in maniera direttamente
proporzionale, ti fa gioire.
Quando questa entità inizia a vacillare, non per le sconfitte, non per la serie
B, ma perché inizio a non riconoscerla più come mia, quando la sento diversa,
distante, traditrice degli ideali alla base delle sue sue stesse origini, mi
sorgono una quantità infinita di dubbi, il principale dei quali é:
“Quanto a questo calcio, quanto alla nostra proprietà è utile un tifoso come
me?”
E la risposta è semplice. Zero. E del mio dolore profondo interessa solo al
sottoscritto o a chi è mio simile.
Una torta di letame, non divisile a fette. Una per ciascuno, e che ha il potere,
anche se la mangio in fretta, di rigenerarsi, ancor più grande.
Di riflesso, la seconda domanda che mi pongo è:
“Allora, che tipologia di tifoso è oggi utile a questo calcio, a questa
proprietà?”
E’ utile solo chi compra schede da inserire nel decoder digitale terrestre o fa
abbonamenti annuali al satellite o chi sfoglia migliaia di pagine web al giorno
alla ricerca della “new”, che il più delle volte è una panzana. Ah, dimenticavo
un requisito fondamentale. Meno materia grigia possiede, più soldi si
guadagnano.
Il tifoso – quello educato intendo -, e quello juventino ancor di più, che va
allo stadio ad urlare perché nel suo piccolo si sente parte anch’egli della
squadra, oggi è solo un peso.
Se penso a quanto freddo e pioggia ho preso nella mia vita per amore della Juve,
potrei ritenermi un pazzo.
Ma quella pioggia, quel freddo venivano ripagati con gli interessi perché avevo
la sensazione che servissero a qualcosa. Di impalpabile, di indefinito, ma che
servissero, sempre.
Povero calcio, povera Juve. Il potere e la smania del profitto, se mal gestiti,
portano ruggine ovunque.
E chiediamoci perché, dove tutti questi soldi non ci sono, o dove son gestiti
meglio, si sorride di più.
Il cancro non è solo nella Juve e le metastasi ormai sono in tutto il calcio
italiano.
Ed il tifoso con poca materia grigia, al posto di combatterlo questo cancro, fa
di tutto per ammalarsi: buu razzisti, gemellaggi col Liverpool con tanto di
maglie viola sfoggiate sugli spalti con la scritta -39, laser negli occhi ed
altre bizzarre porcherie.
Con la tv che ci macina sopra per drogare qualcun altro.
Che belli i tempi in cui in curva Filadelfia portavo da casa le caldarroste
cucinate da mamma e le offrivo allo sconosciuto di turno che, vicino a me,
insieme a me, scandiva a tempo fino a diventare rauco “Bobby Gol, Bobby gol,
Bobby Gol, Bobby Gol, Bobby Gol, Bobby Goool..., Bobby Gol, Bobby Gol, Bobby
Gol, Bobby Goool, Bobby Gol!!!”
Per quel che puoi fare, in questa Juve malata, in questo calcio ormai in
cancrena, è proprio a te che mi appello, amato Bobby gol, eroe della mia
infanzia.
Mi vantavo di portare il tuo stesso nome.
Conservo con cura delle foto scattate con te a Villar Perosa, quando ero
bambino, e mi ricordo come se fosse oggi il tremore emozionato del mio corpo
intero quando mi hai preso in braccio e poi hai autografato il mio pallone di
cuoio ad esagoni bianchi e diamanti neri.
Quando la tubercolosi ti ha aggredito, era come se circolasse libera e pasciuta,
fatta persona, nella nostra casa ingobbita.
Ora, come quel giorno hai preso in braccio me, prendi in braccio la Juve e prima
di tutto accarezzala.
Poi curala, come se fosse la tua TBC. Con amore.
Comportati da padre.
Questa Juve, come noi, è orfana da tempo.
Parti da zero, dalla divisa: imponi allo sponsor una casacca ampia, in modo da
far vedere al mondo, quando si corre sulla fascia, la nostra Goeba. Calzoncini e
calzettoni bianchi, sempre.
Divisa da trasferta blu e gialla, i colori della città che rappresenta.
Poi ricorda ogni giorno ai nuovi padroni – sì, padroni - che di sicuro non lo
sanno, perché con orgoglio ci chiamiamo Gobbi.
Consiglia loro di non parlare a vanvera di progetti, di ambizioni, di stadi
nuovi, di bilanci.
I progetti, faraonici o meno che siano, in famiglia vanno a buon fine solo se
sai quanto ha sgobbato tuo nonno per far sì che tu continuassi ad averli.
Progetti destinati a fallire sul nascere se privati di quel sentimento che oggi
non vedo più, di quella passione che ti fa vivere ogni attimo come se fosse
l’ultimo, di quella pazzia che porta a prendere freddo e pioggia come se fossero
tepore e sole.
Progetti destinati a fallire sul nascere se usano un amore, partorito e vissuto
da altri, solamente per far soldi.
In bocca lupo, Roberto Bettega.
Di te, nonostante sia circondato da chi ha trasformato la Vecchia Signora nella
New Holland Football Club Spa, mi fido.
Vola alto come quando salivi in cielo, schiacciavi in rete i cross del Barone e
con inimitabile eleganza correvi verso la Filadelfia con le braccia in alto,
senza togliertela mai, quella maglia, cucita sulla tua e sulla mia pelle.
Facevo gol con te, per ritrovarmi poco dopo nell’esultanza, incolume, dieci
gradini più sotto.
Fa’ in modo che io, che tutti noi, impazzendo per un gol, quei gradini a testa
in giù li si faccia nuovamente con la fierezza di un tempo.
Che sia il gol di una finale di Champions o il pareggio al 90° di un derby
giocato in serie B, poco importa.
Basta che sia un gol della Vecchia Signora e non della società per azioni sopra
nominata.
In bocca al lupo, di lavoro ce n’è tanto, da fare.
Roberto Robba
21/01/2010