
Non prendeteci mai più in ciro
La Juventus ha molte cicatrici, un guerriero che non si è mai risparmiato nelle arene. Ha rischiato anche una volta di morire sgozzata, ma si è rialzata con un colpo di reni dal fondo, schivato il colpo di grazia del carnefice ed ha ripreso a combattere al centro dello stadio come compete alle leggende senza fine.
E' un fuoco amico che la sta deteriorando dal di dentro. La grinta è un lontano ricordo, il capitano una cartolina illustrata. Sembra una situazione kafkiana. Una tigre che si sveglia cimice e striscia sotto ai giganti di nome Palermo, Napoli, Cagliari... Quando si è in basso anche le formiche infieriscono. E capita che mentre le negano un rigore immenso, degno di una interpellanza parlamentare da club interista di Montecitorio, il pubblico locale le urli il solito coretto dei furti. Se veramente sapessi rubare, ruberei un allenatore, non di certo Mourinho, non di certo Hiddink. Cercherei qualcuno che ha delle motivazioni interiori, che è juventino nel modo di vedere le cose del campo. Qualcuno che ha fatto già l'allenatore sui campi della provincia, che ha conosciuto amarezza e trionfo. Un allenatore cocciuto come un mulo su di un modulo: dentro o fuori, ma coerente su una strada da percorrere.
La Juventus, invece, ha la sua Penelope riccioluta che fa e disfa la tela, in attesa del ritorno del re. Uomini in mutande che ruotano nel medesimo ruolo come quei proci che litigavano per il primato nella casa di Ulisse. Uomini e mezzi uomini. Per statura fisica e morale. Di alto c'è solo il pennone, la bandiera mestamente è a mezz'asta. Qualcuno sta suicidando la Juve: i tifosi della curva intitolata a Gaetano Scirea a farsi belli con canti degni giusto di Auschwitz. Una dirigenza promessa allo sposo mondiale che ne preserva il figlio dagli strali. Nessuno può disporre della Juve. Nè Del Piero, nè Ferrara, nè un allenatore campione del mondo. La Juve ha un solo padrone, la storia. Facciamola, ma con gli uomini giusti, niente abusivi e niente precari.
Domenico Laudadio 29/11/2009