


Domani è un giorno di arena. Si spera. Di essere duri, spietati e fieri della maglia indossata. Non so perchè sto pensando a te, angelo in volo di domeniche passate alla radio, avvolto dalla pipa del fumo di mio fratello che m'insegnava la vita e la Juve come fossero una cosa sola. Sto pensando al tuo ciuffo d'argento, alla tua eleganza principesca. Ai tuoi piedi gentili con la grande sfera di cuoio bianca con gli esagoni neri che rotolava dietro il portiere. Al tuo sorriso intelligente, alle tue parole mai ovvie. Mi manchi Roberto Bettega, mi manca la Juve, perchè la Juve sei tu. Se un giorno leggerai queste mie poche righe, dovrai aggiungergli soltanto la parola grazie. Poi volta le spalle a chi non ti merita e riprendi il tuo cammino. Capita anche alle stelle di brillare da sole nel cielo.
05/12/2009
Ricordo di un tifoso juventino
di HelmutHaller

Chiedo scusa se utilizzo il forum per condividere un mio ricordo personale ma poichè con voi condivido una grande passione ho voglia di condividere anche questo momento un pò triste. Ho 42 anni e ricordo di essere juventino da sempre, questo grazie a mio padre che mi ha trasmesso la sua grande passione. Lui nato a Roma, già tifoso, era partito a 21 anni militare per Torino, e qui aveva coronato il sogno di ogni tifoso. Lui che era bravino come portiere era infatti entrato nella Compagnia atleti di stanza a Torino e di conseguenza era diventato il portiere della Nazionale militare che allora esisteva. Con quale pudore raccontava l'emozione di avere indossato quella maglia, di avere avuto come amici e compagni giocatori come Cera e Ferrini e soprattutto quella di avere giocato una partita contro la sua Juventus. Ricordava di come alla fine di quella partita, eravamo nel 1962, l'allenatore di allora Amaral era rimasto in campo per provare quel giovane portiere e di come aveva tirato talmente forte da farlo entrare in porta con tutto il pallone. Non superò quel provino ed è grazie a questo che fu uno di quegli operai del nord che rubò il cuore ad una ragazza del sud durante i lavori della Salerno-Reggio Calabria. E da allora devo dirgli solo grazie: grazie per quel primo completo bianconero con il numero 4 che permise ad un ragazzino di 8 anni di correre per il cortile con la fascia di capitano facendo finta di essere Furino; grazie per quei pacchetti di figurine che arrivavano ogni domenica insieme alla coccoina;grazie per avermi consolato quando la nostra Juve perdeva le finali di coppa dei Campioni; grazie per avere esultato con me prima attaccati alla radiolina e poi davanti alla TV quando vincevamo scudetti e coppe; grazie per avermi rimproverato quando da troppo tifo non riuscivo ad essere obiettivo; grazie per avermi pagato la prima trasferta a Torino ed anche il viaggio della priima di mio figlio, tuo nipote; grazie per la dignità con cui hai affrontato per dieci anni quella maledetta malattia, con il sorriso, quasi chiedendo scusa, andando con sforzo sovrumano ogni mattina in edicola ad acquistare Tuttosport per avere notizie della tua Juventus....anche l'ultimo giorno mentre combattevi in un letto di ospedale hai avuto la forza di chiedermi se avevamo vinto con il Maccabi..... Sono tante le cose per cui ti devo ringraziare, per avermi fatto diventare un ragazzo, un uomo ed anche un padre migliore. Ma fra tante cose ti devo ringraziare anche per avermi trasmesso questa grande passione, l'amore per questi colori. per questa vecchia grande signora del calcio italiano. Ciao papà sono sicuro che lassù avrai di nuovo occasione di rifare quel provino e stavolta prenderai quel pallone.....lo hai meritato. Grazie di condividere con me questo ricordo e fino alla fine Forza Juventus.
HelmutHaller 13/11/2009
Uomini
Stralci dal cuore di un tifoso
Di Domenico Laudadio

Mi ricordo benissimo, di un giovane esordiente, Roberto Bettega. Era magro, alto e bello, e svettava imperioso di testa. Trepidai, pur bambino, alla notizia della sua malattia polmonare. Poi guarì e deliziò con le sue prodezze molte domeniche della mia vita. Un diamante puro di tecnica calcistica, di agonismo e generosità in campo. L'indimenticabile principe azzurro dell'Italia di Bearzot in Argentina nel 1978. Quella palla scaricata alle spalle di Fillol insegnò ai generali della dittatura militare, torturatori infami, che eravamo noi i più forti, anche di chi avrebbe vinto con un broglio fascista con il Perù di Quiroga, portiere “venduto”, quei mondiali. Oggi canuto, ma non meno affascinante è tra i pochi templari dell'ortodossia juventina. Esattamente come accadde per Boniperti, sarebbe il Presidente per antonomasia, manna per la Juventus dei giorni nostri, in mani tanto garbate quanto inesperte, a tratti incapaci.
Dino Zoff, serio e muto, come una sentinella eroica all'altare della Patria, che in quella sere parava finanche il suo mito mentre Fabio Capello, uomo di legno scolpito, sfregiava agli ultimi minuti la porta degli Inglesi arrembanti di Wembley...
Anastasi, mio primo amore, che fa goal e corre con le braccia rivolte al cielo... Quella sensazione di fastidio e turbamento nel vederlo in maglia nerazzurra, esattamente quanto di sollievo per l'odiato, temuto e poi amato, Boninsegna in bianco e nero. Provai le stesse emozioni con Alessandro Altobelli, verso la fine degli anni ottanta. Tre fra i più grandi centravanti della storia del calcio italiano, completamente diversi fra loro, tutti vidimati dal profumato crisma del talento.
Dall'andatura caracollante, con quelle gambe piccoline e storte, ma rapide e solerti di randello, capitan Furia, con movenze pratiche e tatticamente essenziali comandava dentro e fuori il campo. Una prerogativa soltanto dei grandi. Conosceva ogni ripostiglio ed anfratto del centrocampo dove stanare i vili e tamponare i più grandi. Combattente umile e generoso di mille battaglie, colpevolmente snobbato dalla nazionale, che mai chinò il capo davanti a nessuno, prima di arrendersi e per la prima volta, soltanto all'anagrafe.
Scorre ora nella mente l'immagine del barone Causio, imperversare nei pressi delle aree avversarie, mettere a sedere i rivali, prima di crossare da dio, dove lo attendevano ad incornare uomini saliti in cielo come angeli.
“Cuccu” e la sua castagna agli incroci dei pali. Di rigore o punizione. Cuccureddu ed il suo nome che ci ha sempre fatto un pò sorridere, ma un grande giocatore che sapeva fare di tutto per la Juve, dalla mezzala allo stopper.
Giunse un estate Gaetano Scirea, dall'Atalanta. Un giovane silenzioso, dal lungo naso. Un campione esemplare nel ruolo di libero, ed esemplare d'orgoglio anche per il genere umano. Molti hanno detto che Franco Baresi gli fu complessivamente superiore. Io penso che Gaetano fosse molto meno falloso e molto più forte in attacco di lui. Non c'è mai stato nella storia della Juventus, un calciatore stimato e rispettato dalle tifoserie avversarie più di lui. Per la Vecchia Signora ha dato la vita, purtroppo non solo metaforicamente. Lo piansero in tanti stadi. E' per me la punta estrema dello stile Juventus, qualche centimetro sopra persino all'Avvocato Agnelli.
Venne il tempo anche per il bell'Antonio Cabrini, con i suoi folti riccioloni neri, d'involarsi sulla fascia sinistra, sicuro e spedito proprio mentre il calcio stava facendosi più ardito. In Italia, meglio di lui, solo Paolo Maldini.
Alla riapertura delle frontiere nel 1980, dall'Arsenal Liam Brady fu presto il nostro geometra gentiluomo nel mezzo del campo. Vincemmo due scudetti, faticosamente, ma soprattutto grazie alle sue trame.
In Spagna un inedito Claudio Gentile, baffuto, morse alle caviglie il pibe de Oro e Pablito pugnalò il più grande Brasile di sempre al cuore. Falcao pianse tra le braccia di Bruno Conti, mentre l'Italia riscopriva il senso comunitario del tricolore. E così Tardelli, schizzo di nervi e di pazzia fuggiva, urlante, incontro alla vittoria, davanti ai crucchi inermi.
Per Michel Platini, fuoriclasse del tango in tutte
le piste da ballo, il più grande, dopo Maradona, secondo me, di tutti i tempi, dovremmo
aprire una biblioteca intera per celebrarlo. Non le sprecheremo due righe per Bonini,
casco d'oro, che gli fu degno portatore di acqua e di spezie...
Assistemmo nel medesimo
viaggio del francese al Boniek, “bello di notte”, treno sfrecciante delle Coppe,
senza fermate. Stefano Tacconi, arcangelo e guerriero proteggeva dai demoni i pali,
dietro a Sergione Brio, gigantesco torrione di guardia...
Dopo il maledetto Heysel si accasò da noi Miki Laudrup, affascinante e nobile quanto un cavaliere medioevale, un pò Amleto con la palla tra i piedi, tra l'altro di stirpe danese. Un giocatore fantastico, giunto, purtroppo al canto del cigno della Juventus di Trapattoni.
Vennero i tempi di magra. Tempo di anonimi pedatori e presunti campioni. Non svilirò la memoria di una Signora con i loro nomi, rispettandoli proprio perchè indossarono il sacro vello. Una eccezione la faremo per Gigi De Agostini, metronomo instancabile sul terreno di gioco, per Rui Barros, il puffo dribblatore e per Marocchi tenace e ardito nocchiero fuori e dentro il porto.
Tanta fatica, prima di tornare a vincere qualcosa e con quello sgarbo infame a Zoff, bravo allenatore. Non glielo perdoneremo mai a Montezemolo. Cacciato via, stile Zamparini, con una Coppa Uefa ed una Coppa Italia vinta a casa del Milan di Van Basten e di Sacchi, per lasciare il posto al calcio champagne di Gigi Maifredi, profeta certamente delle cantine e giammai del goal.
Un disastroso percorso calcistico di una sola stagione, nonostante Schillaci, ossesso spiritato nelle notti magiche e Baggio, artista eccelso che non ci ha mai amati, nel quale fallimmo persino il piazzamento in Europa e rievocammo il “Trap” per ritornare ad essere una squadra almeno con la spina dorsale.
Domenico Laudadio 11/10/2009


3 Settembre 1989
di Riccardo Gambelli
Come ogni domenica sedevo sul mio divano godendomi la sintesi domenicale di Verona Juve, partita nella quale ne rifilammo quattro agli scaligeri: per la cronaca, Toto’ Schillaci avrebbe realizzato una splendida doppietta.
In quel periodo il calcio occupava poco spazio nei palinsesti televisivi e la sintesi delle 19 era l’unica occasione per vedere i nostri beniamini. Quella Domenica la Rai scelse la Juve, impegnata in riva all’Adige.
Ho nella memoria la foto di quel momento: io comodo sul sofà blu e mamma Gabriella in piedi nel cucinotto, trafficando con le pentole, in previsione di una cena da offrire a me e mia sorella Maria Elena.
Toto’ aveva appena segnato il 2 a 0, quando Bruno Pizzul interruppe improvvisamente il commento del match e, dopo ben trenta secondi di pausa, sommessamente, pronunciò queste terribili parole: “..in questo momento e’ pervenuta una dolorosa notizia….è morto Gaetano Scirea”.
Il mio racconto inizia proprio dalla morte di Scirea, che chiuse con il lampo accecante di una tragedia un’esistenza vissuta alla luce discreta della serenità. Un addio che mi riempì di dolore, lasciandoci tutti improvvisamente vuoti: compagni, amici e tifosi, abituati a misurarsi in lui, uomo e sportivo esemplare.
“E’ stato un grande campione, senza mai attingere al tesoro della celebrità, sicuramente pago di una ricchezza interiore. E’ stato un grande uomo, senza pretendere mai nulla, tutto gli veniva concesso per unanime riconoscimento della sua serietà, del suo incrollabile senso della misura, ma egli non faceva sfoggio di virtù, sicuramente convinto di fare il suo dovere”, scrisse Hurrà Juventus nei giorni successivi alla tragedia che ci portò via per sempre il nostro Gaetano.
Era proprio la sua serenità, il suo grande equilibrio dentro e fuori del campo di gioco a renderlo immensamente vicino a noi tifosi juventini. Ricorderò sempre la notte di Madrid, la Coppa del Mondo avrebbe fatto ingresso nelle case di tutti gli italiani: Scirea, il capitano, guidava la fila degli azzurri che, come gladiatori nell’arena, facevano il loro ingresso in campo, mentre la sua espressione era quella di un giorno qualunque, quando si recava all’allenamento quotidiano o, magari, accompagnava il figlio piccolo allo zoo. Stava, al contrario, andando a giocare la partita più importante della sua carriera, di un professionista che non ha mai chiesto il ruolo di leader, contentandosi di quella fascia al braccio che lo faceva capitano senza aggettivi, anche se possedeva tutte le qualità richieste al ruolo: coraggio, scienza, saggezza, educazione, lealtà ed un fisico che stupiva, perché, nella sua “normalità”, ti chiedevi donde gli giungessero tanta energia e vitalità.
Esempio vivente per tutto quello che il calcio poteva chiedere di positivo ad un atleta e ad un uomo, ma anche contro tutto quello che il calcio e lo sport andavano producendo in negativo, a cominciare dalla violenza. La sua correttezza era una scelta di vita, oltre un dono di natura.
Ebbi la fortuna di conoscere Gai a Siena, durante una serata organizzata dal club “Juventus Siena Ghibellina”, presso il Jolly Hotel. La Juve giocò ad Empoli e lui, Buso e Favero furono ospiti d’onore della serata. Rimasi colpito dalla semplicità con la quale si propose a noi tifosi, ricordando una frase che mi rivolse: “…Riccardo…ho chiamato mio figlio Riccardo”, con un tono di voce non propriamente baritonale. Ci confidò tanti segreti di quella Juve leggendaria, del tenace Trapattoni, dell’altezzoso ma campione assoluto Platini, del grande amico Dino Zoff, della notte maledetta di Bruxelles, del tifoso numero uno Gianni Agnelli, insomma, di tutta la sua vita trascorsa alla corte di Madama.
Con la sua morte volò in cielo un gran pezzo di storia juventina. In quella maledetta strada polacca, dove la sua auto fu avvolta da fiamme mortali, ci lasciò “il capitano” che alzò la Coppa del Mondo con la Juventus nel cuore.
Mia figlia Giorgia, animo sensibile, potrebbe chiedermi: “Scirea e’ andato a giocare con gli angeli del paradiso?”.
E’ molto probabile: vestirà sicuramente la maglia bianconera.
Riccardo Gambelli 2007
(Dal libro di Riccardo Gambelli "Coriandoli bianconeri" 2007)
(Ringrazio sentitamente la Pascal Editrice per la cortese concessione del capitolo)